5 racconti per il Programma

25 02 2008
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Il lavoro non è una merce

27 01 2008
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Io lavoro sicuro

13 01 2008

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Fabio Mussi a L’Assemblea

13 12 2007
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La sinistra dovrà avere un partito solido

24 10 2007

Può succedere di tutto. Chi riesce a far cadere ora il governo farebbe strike». Fabio Mussi, coordinatore di Sinistra democratica, è appena tornato da Bolzano e quando lo incontriamo lo attende un difficilissimo consiglio dei ministri. E’ ben concreta la possibilità che lo scontro tra Mastella e Di Pietro sul «caso De Magistris» porti alla crisi. «Stiamo come d’autunno sugli alberi le foglie», cita Ungaretti.  Chi è che può avere interesse a far cadere ora il governo? Le ragioni possono essere le più diverse. Nel merito, c’è la finanziaria e il protocollo sul welfare. C’è un quadro internazionale dove si sta riacutizzando la crisi in Iran e Medio Oriente e dove l’Italia è in prima linea. E infine c’è un centrosinistra in cui non sono riusciti a consolidarsi né il Pd né la sinistra.  Per fortuna, forse, c’è stata la manifestazione di sabato. Devo essere onesto. Alla vigilia ho espresso timori che poi la manifestazione ha del tutto fugato. Temevo che il corteo potesse «sfuggire di mano», con un’aggressività verso il governo e verso la Cgil che poteva mettere in difficoltà la sinistra invece di aiutarla. Non ho mai dubitato delle intenzioni dei promotori, del resto tra noi c’è stato un vero dialogo, ma i miei timori si sono rivelati infondati. La manifestazione è stata bella, ampia e soprattutto politicamente forte. Mi hanno impressionato soprattutto le parole prese al volo tra i manifestanti. C’era davvero un’intelligenza politica di massa, senza nessuna dichiarazione stonata. Di fatto quel corteo ha detto tre cose: che la precarietà è la questione delle questioni, che il governo - ammesso che duri - deve ripartire dal suo programma, che c’è una forte domanda politica di unità a sinistra. Su questo, soprattutto, c’è stato «un di più», un’eccedenza, sia rispetto ai partiti che ai  promotori.  Non è proprio su questo «di più» che siamo tutti inadeguati? Assolutamente sì. Bisogna  tornare alla realtà. Si dice riformismo ma poi si fa il contrario. Si rappresenta la flessibilità come una grande opportunità sapendo che significa esattamente il contrario. Nel linguaggio e nelle ideologie che corrono c’è il marchio di un’egemonia che subiamo.  Si ma come traduci questo discorso politicamente? Tu stesso hai votato, con riserva, il protocollo sul welfare. Ho dato un giudizio articolato. Sulla parte previdenziale era un buon compromesso. Mentre è del tutto insoddisfacente, al di là di qualche miglioramento, la parte sul lavoro. E’ evidente che la distanza siderale tra la dimensione drammatica della precarietà e le soluzioni proposte ha allargato il fiume della delusione.  Tu stesso l’hai definita una bella manifestazione. Nella  Cgil si è aperta una riflessione su chi della Fiom vi ha partecipato. Che ne pensi? Rispetto la dialettica interna al sindacato. Una sinistra che nasce non può prescindere dal rapporto con il sindacato. Io stesso vengo da una famiglia operaia. A casa mia erano tutti della Fiom. Mi auguro che questa discussione anche aspra non porti a una rottura. Spero che si trovi la strada per difendere l’assetto confederale del sindacato. La confederalità è il contrario del comando, ma guarda all’unità ed è un valore, non è che ognuno fa quello che vuole.  Pensi che il protocollo possa essere migliorato? Faremo il possibile per migliorarlo, certo. Il sindacato è fondamentale per la democrazia. Ma discutere di politica economica e del lavoro non si esaurisce in una vertenza contrattuale. Si parla di un’idea di società, in cui la politica non può essere considerata un’indebita ingerenza. In questo caso la rappresentanza del lavoro non si esaurisce nel sindacato, ha bisogno di politica.Per la Costituzione il parlamento è sovrano. Tutto quello che si può fare a favore dei lavoratori deve essere guardato con simpatia e rispetto. Il sistema delle autonomie tra politica e sindacato, insomma, deve funzionare nei due versi.  E se ci fosse la fiducia? Comunque vadano le cose il governo non deve cadere da sinistra. Va evitato come la peste.   Ma questa sinistra come può essere più credibile? Quel corteo ha detto ai quattro partiti della sinistra: fateci partecipare e datevi una mossa. Di unire le forze il Pd parla da 12 anni. Noi per farlo abbiamo non dico 12 mesi ma molto molto meno. Perciò dobbiamo essere coraggiosi e innovativi. Capisco che un passaggio «federale» possa essere considerato insufficiente ma naturalmente dobbiamo fare ciò che è possibile. Penso però che un gruppo parlamentare unico alla camera e al senato sarebbe un segnale positivo, molto visibile e molto incisivo. Del resto, sulla finanziaria abbiamo fatto un lavoro comune eccellente, abbiamo fatto sfigurare il Pd, che ha presentato il triplo di emendamenti.  Ma vanno sciolti i partiti che ci sono oppure no? Noi non abbiamo voluto fare un nuovo partito. Alla sola idea di passare la vita a contendere a Pdci, Prc e Verdi lo 0,2% mi butto dalla finestra. La nostra funzione è dare una mano: [CORSIVO]solve et coagula[/CORSIVO], diceva Alex Langer nel suo ultimo libro. Sciogliere e riaggregare. Però sono un gradualista, faremo quello che è possibile fare sapendo che tutto dipende da noi. La manifestazione del 20 è stata chiarissima, ci ha aiutato. Ho visto che perfino il Pd ha timore di essere un «partito liquido» e senza iscritti. La nuova sinistra, se vuole avere una prospettiva di governo, deve essere qualcosa di solido, di radicato nella società, di pesante.  Qual è la prima mossa? Domani (oggi per chi legge, [CORSIVO]ndr[/CORSIVO]) ci vediamo con Giordano, Diliberto e Pecoraro. L’idea è convocare a metà dicembre gli stati generali della sinistra. Qualcosa di simile a un «social forum», dove si incontrino non solo le quattro forze politiche ma un campo di forze vastissimo, che va al di là della forza pur non irrilevante, intorno al 12-13%, dei pariti che ci sono. Una sinistra divisa non rappresenta più la società. Unificarla corrisponde alla vocazione di centinaia di migliaia di persone, che ritengono inimmaginabile che la sinistra scompaia dal lessico politico italiano. Serve però una sinistra più avanzata, che risponda ai problemi del XXI secolo. Ricombinare gli schemi del passato non funziona. La memoria è nostra ma i problemi sono nuovi.  Questa sinistra  non ha anche un problema di leadership? Non mettiamo il carro davanti ai buoi. C’è bisogno di un processo molto partecipato la cui chiave siano i programmi e le idee. Concordo con Giordano, se ci buttiamo alla contesa sulla leadership come ha fatto il Pd siamo perduti. Nessuno di noi cerca primati personali, di personalizzazione della politica ce n’è fin troppa.  Prima del 20 ottobre si è vociferato di tue possibili dimissioni da coordinatore di Sd. Resti alla guida del movimento? E’ vero. Abbiamo avuto una discussione molto animata sul protocollo, sulla condotta da tenere in consiglio dei ministri e sulla manifestazione. E’ una discussione che prosegue. Sì, sono ancora il coordinatore.





Rapporto CENSIS 2007

22 10 2007





La Lombardia è ultima per la sicurezza

22 10 2007





Suicidio bianco

20 10 2007

Titti Di Salvo
Si parla di morti sul lavoro, oltre ottocento dall’inizio dell’anno, e ogni giorno il numero tende ad aumentare. Il trentacinquenne morto nel cantiere dell’ENEL di Civitavecchia, ucciso da un tubo caduto da oltre settanta metri, è soltanto l’ultimo di una serie che sembra non avere fine. Ora arriva la notizia da Macerata di un uomo di 43 anni, schiacciato non dal peso di un tubo, ma che ha deciso di togliersi la vita impiccandosi in uno stanzino dell’azienda “Meloni”.

Bisogna avere grande delicatezza nel commentare la disperazione di una persona che si suicida.
Un gesto così è un grido di dolore e insieme di angosciosa solitudine. Non siamo certi se a provocarlo sia stata soltanto la pressione delle scadenze economiche o la preoccupazione per il mutuo in scadenza, dopo la perdita del lavoro precario della moglie.
Ma sappiamo che la difficoltà ad arrivare a fine mese investe tante persone e tante famiglie, in un paese, il nostro, secondo soltanto agli Stati Uniti per disuguaglianze, come continua a indicare l’ISTAT, facendo rilevare come la povertà in Italia sia spesso l’esito di un lavoro povero, e non semplicemente assenza di lavoro.
In che modo tutto ciò si possa materializzare sulla scena della politica per condizionare scelte e non improvvisarle, segnandone profilo e azione quotidiana, dando senso a un’idea di paese e non semplicemente ad atti di solidarietà o assistenza, è l’interrogativo principale della sinistra unita e rinnovata. Di più: la ragione per provare a costruirla.
L’Italia frammentata e diseguale, divisa tra nord e sud, tra giovani e anziani, donne e uomini, è l’Italia nella quale bisogna riannodare i fili della solidarietà e dell’uguaglianza. Non è vero che non c’è distinzione tra destra e sinistra: la solitudine delle persone che competono una contro l’altra armate è la fotografia di una società parcellizzata, in cui meno tasse, meno stato, meno regole, precarietà, sono formule di successo e la povertà una colpa. Coesione sociale, uguaglianza, qualità del lavoro al contrario sono la formula di una società che si fonda sui valori alternativi.
Il dolore per l’ennesima morte di un operaio morto sucida, tantissime altre volte categoria vittima di incidenti sul lavoro, è il segno di una situazione che non può lasciare indifferenti chi come noi ha il dovere non solo di commentare la politica ma di assumere delle responsabilità: le risposte non possono attendere oltre.
Domani nessuno racconterà più questa storia, perché domani avremo bisogno di un’altra storia da raccontare. Speriamo che sia diversa da questa.

fonte www.aprileonline.info 





Le differenze sul 20 ottobre

18 10 2007





Lavoro, precarietà, welfare

16 10 2007
Intervento di Fabio Mussi





La legislazione non può prevedere che la flessibilità del lavoro si accompagni a salari più bassi

19 08 2007
Il premio Nobel per l’Economia Joseph E. Stiglitz firma la prefazione del libro “Schiavi Moderni” di Beppe Grillo

Caro Beppe, dall’Italia mi giungono notizie allarmanti: la legge sul primo impiego viene ritirata in Francia dopo poche settimane di mobilitazione studentesca e da voi la legge 30 resiste senza opponenti dopo anni. Permettimi allora una breve riflessione. Nessuna opportunità è più importante dell’opportunità di avere un lavoro. Politiche volte all’aumento della flessibilità del lavoro, un tema che ha dominato il dibattito economico negli ultimi anni, hanno spesso portato a livelli salariali più bassi e ad una minore sicurezza dell’impiego. Tuttavia, esse non hanno mantenuto la promessa di garantire una crescita più alta e più bassi tassi di disoccupazione. Infatti, tali politiche hanno spesso conseguenze perverse sulla performance dell’economia, ad esempio una minor domanda di beni, sia a causa di più bassi livelli di reddito e maggiore incertezza, sia a causa di un aumento dell’indebitamento delle famiglie. Una più bassa domanda aggregata a sua volta si tramuta in più bassi livelli occupazionali. Qualsiasi programma mirante alla crescita con giustizia sociale deve iniziare con un impegno mirante al pieno impiego delle risorse esistenti, e in particolare della risorsa più importante dell’Italia: la sua gente. Sebbene negli ultimi 75 anni, la scienza economica ci abbia detto come gestire meglio l’economia, in modo che le risorse fossero utilizzate appieno, e che le recessioni fossero meno frequenti e profonde, molte delle politiche realizzate non sono state all’altezza di tali aspirazioni. L’Italia necessita di migliori politiche volte a sostenere la domanda aggregata; ma ha anche bisogno di politiche strutturali che vadano oltre e non facciano esclusivo affidamento sulla flessibilità del lavoro. Queste ultime includono interventi sui programmi di sviluppo dell’istruzione e della conoscenza, e azioni dirette a facilitare la mobilità dei lavoratori. Condivido l’idea per cui le rigidità che ostacolano la crescita di un’economia debbano essere ridotte. Tuttavia ritengo anche che ogni riforma che comporti un aumento dell’insicurezza dei lavoratori debba essere accompagnata da un aumento delle misure di protezione sociale. Senza queste la flessibilità si traduce in precarietà. Tali misure sono ovviamente costose. La legislazione non può prevedere che la flessibilità del lavoro si accompagni a salari più bassi; paradossalmente, maggiore la probabilità di essere licenziati, minori i salari, quando dovrebbe essere l’opposto. Perfino l’economia liberista insegna che se proprio volete comprare un bond ad alto rischio (tipo quelli argentini o Parmalat, ad alto rischio di trasformazione in carta straccia), vi devono pagare interessi molto alti. I salari pagati ai lavoratori flessibili devono esser più alti e non più bassi, proprio perché più alta è la loro probabilità di licenziamento. In Italia un precario ha una probabilità di esser licenziato nove volte maggiore di un lavoratore regolare, una probabilità di trovare un nuovo impiego, dopo la fine del contratto, cinque volte minore e fino al 40% dei lavoratori precari è laureato. Ma se li mettete a servire patatine fritte o nei call-center, perché spendere tanto per istruirli? Grazie per l’ospitalità.

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fonte beppegrillo.it





Morti per amianto: è strage dolosa

2 08 2007




Il pressing asfissiante della Confindustria

1 08 2007